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Incontro con Lucia Bonassisa


BLAB, LA COSTRUZIONE DI UNA PASSIONE

Colpisce la storia di Lucia Bonassisa, intensa e affascinante come lo sono poche storie personali e aziendali. È una storia così poco italiana che si fa fatica a raccontarla, perché da qualsiasi parte la si prenda è una storia che gronda coraggio. «Sì, molto coraggio – conferma lei – ma anche ostinazione» precisa, non a torto.

Da Foggia a Bologna, dal Tavoliere alla Padania, da pianura a pianura, una linea retta su cui far decollare un sogno che sarebbe stato molto più naturale (quasi normale) veder naufragare, e che invece è diventato una straordinaria realtà. L’impresa che ieri era solo un sogno, oggi è il laboratorio privato specializzato in sicurezza alimentare e ambientale più importante, grande e qualificato del Centro Sud Italia: una stazione scientifica, di analisi e controllo di qualità, a cui si affidano grandi marchi e piccole aziende a carattere famigliare, autentici colossi della grande distribuzione e imprese dell’agroalimentare che contribuiscono in maniera decisiva alla diffusione planetaria del Made in Italy. Sono passati molti anni da quella scelta sofferta ma convinta, eppure lei – nell’aspetto, nella freschezza e nella determinazione – sembra ancora la stessa ragazza che, rinunciando alla tradizione imprenditoriale di famiglia, si è permessa di sfidare il destino. Nel tentativo di migliorarlo.

Come andò, perché scelse di seguire la sua passione (una cosa così impopolare e scomoda per questo Paese)? 
«Avevo la possibilità di lavorare con la mia famiglia, di raccogliere e proseguire una tradizione imprenditoriale rodata, robusta e importante. Ma mi sono guardata dentro e ho capito che non era la mia strada, che a quella impresa famigliare dovevo la tenacia, il senso del sacrificio e l’ostinazione che hanno formato il mio carattere, ma al tempo stesso che se fossi rimasta dentro quel perimetro non avrei ascoltato le voci dentro di me».

E queste “voci” che le dicevano?
«Di provare, di tentare, perlomeno di metterci la faccia. Di sfidarmi, insomma».

Quindi, cosa fece?
«Andai a studiare a Bologna, Biologia all’Università di Bologna. Devo dire col pieno sostegno della mia famiglia, che non ostacolò affatto le mie scelte, anzi le sostenne con tutti i mezzi possibili. Fu un momento di formazione molto importante, perché capii al di là di ogni ragionevole dubbio che volevo occuparmi delle forme di vita che si trovano dentro di noi, dentro il nostro corpo, dentro le cose che mangiamo, l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo».

Dopo la laurea a Bologna, Lucia Bonassisa tornò a Foggia per costruire – nel territorio che per vocazione naturale è Capitale dell’agroalimentare d’Italia – la propria azienda. Un piccolo laboratorio di dimensioni molto raccolte, anche per saggiare le sue capacità imprenditoriali e per confrontarsi con le aziende che eventualmente avevano bisogno di verifiche affidabili sui loro prodotti, al fine di prendere delle decisioni in merito alla loro commercializzazione. Insomma, un primo piccolo passo che però conteneva tutte le ambizioni di un progetto di ampio respiro e durata.

Cosa successe? Come fu quel ritorno? Cosa ricorda, se lo ricorda?
«Ricordo quasi ogni giorno di quel drammatico avvio, tutte le difficoltà e le avversità che fummo costretti a superare. Mi fu molto di aiuto mio marito, Leonardo Boschetti, che di economia e management conosceva già gli ingranaggi, le dinamiche delle leggi di mercato. Un giorno ero molto preoccupata, avevo un problema tecnico da gestire con un committente importante. Corsi da mio padre per capire come lo avrebbe affrontato lui, e mi sentii rispondere che avrebbe fatto di tutto per potermi aiutare… ma che non poteva farlo, non per mancanza di volontà ma per l’assenza di strumenti tecnici adeguati all’azienda a cui avevo dato vita. Forse quella è stata la più grande lezione ricevuta, da quando sono alla guida di questa azienda. L’idea che nessuno, ma veramente nessuno, può guidare il posto che hai scelto di guidare meglio di te, che il suo destino dipende esclusivamente dalle tue capacità, dalla tua ostinazione e ovviamente dal tuo talento. Badi bene, il suo destino e con esso il destino delle persone delle quali, in maniera diretta e indiretta, ti stai prendendo cura, offrendogli un lavoro e contraendo con loro un patto di fiducia».

Ma lei al talento ci crede ancora? Anche in un Paese come l’Italia?
«Sono un capitano d’impresa, ci devo credere. Lo devo fare, lo voglio fare. Secondo me in giro c’è molto più talento di quanto non si racconti, di quanto non emerga. Ma si fa fatica a raccontarlo, perché i giornali sono strapieni di storie deprimenti che schiacciano tutta la stoffa e il talento in circolazione. Ecco perché, io ci devo credere perché la mia storia personale racconta l’esatto contrario, racconta che ce la possiamo fare». 

Cos’è adesso, BLab?
«Adesso BLab è il più grande laboratorio privato di analisi del Centro Sud Italia, una realtà molto solida sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista della ricerca scientifica. Con strumentazioni che ci invidiano tutti, con scelte d’avanguardia che stanno pagando per fortuna sotto ogni profilo. Con una crescita esponenziale sempre più evidente, che solo nell’ultimo anno è stata del 30% (riferito all’incremento di fatturato, NdR). Ma soprattutto BLab è diventato un prestigioso punto di riferimento sia sotto il profilo dell’attendibilità dei dati, sia sotto il profilo delle verifiche e della puntualità dei nostri dati».

Come siete arrivati a occupare questa posizione?
«Con tanto lavoro, sacrificio, investimenti economici straordinari che in alcuni momenti potevano anche sembrare opprimenti, se li avessimo giudicati solo dalla loro mole e dalla loro consistenza. Abbiamo investito solo sul rigore, sulla ricerca e sulla severità dei dati che le nostre analisi raccontano. Senza mai derogare, mai. Avremmo potuto, ma ce lo siamo imposto come una religione. Nessun compromesso, a costo di chiudere bottega».

Un atteggiamento che al Sud, come dire, sembra anacronistico?
«Forse ha ragione lei, forse si racconta il Sud ricorrendo a stereotipi abbastanza abusati. La realtà, come quasi sempre accade, sta nel mezzo. È vero che il Sud paga lo scotto di una formazione culturale e professionale molto deficitarie, ma è anche vero che si tratta di una terra piena di talento e risorse alle quali forse andrebbe data più fiducia. La vicenda di BLab racconta che si può riuscire, con sacrifici immani e privazioni al limite del dolore. Ma ce la si può fare. Tuttavia la nostra azienda insiste su un territorio che dal punto di vista infrastrutturale è rimasto molto indietro, in alcuni casi davvero molto indietro».

Questo sogno così poco italiano e men che meno meridionale, nato poco più di tredici anni fa, oggi conta 5000 mq di superficie operativa e oltre 80 dipendenti. Una realtà – completamente indipendente, italiana, a matrice quasi del tutto “artigianale” perlomeno a giudicare dalle modalità di esecuzione e dalla rigorosità dei campionamenti – di cui si parla sempre più spesso all’interno delle grandi aziende del settore agroalimentare e ambientale, perché proprio del rigore di BLab c’è bisogno in un ambito così delicato.

Perché mai?
«Perché noi ne abbiamo fatto una missione, sviluppare una maggiore consapevolezza della sicurezza alimentare a tutti i livelli. Noi siamo degli attori di questo processo, abbiamo la responsabilità etica, oltre che morale, di partecipare a una maggiore divulgazione scientifica e pubblicistica di questa disciplina, anzi di questa necessità».

La chiama necessità…
«Già, abbiamo necessità di sapere cosa mangiamo, cosa beviamo, cosa respiriamo. È una necessità così vera che, supportati da grandi scienziati e personalità del settore, ci siamo spinti anche oltre».

Fino a diventare editori, a produrre un magazine!
«Che non sarà il nostro magazine, non sarà il nostro bollettino dei successi, il nostro dispaccio di vanità. Sarà invece uno strumento, un modo per capire e far capire quanto è urgente una discussione più condivisa e consapevole del tema della sicurezza alimentare. Lo facciamo attraverso un magazine perché crediamo che vadano spinti e sostenuti concetti universali, garanzie di tutela e qualità a beneficio dei consumatori e delle aziende che hanno a cuore queste dinamiche. Ma sarà anche molto di più, un luogo di discussione scientifica in cui aggiornare provvedimenti legislativi e normative del settore».

Un’altra sfida, insomma?
«Mi piacciono le sfide, per poterla affrontare ci siamo dotati di un Comitato scientifico molto importante, composto da persone davvero qualificate. Sappiamo che sarà difficile, ma ci vogliamo provare. Non tanto per farlo, ma per riuscire a mettere a disposizione di tutti un mezzo di comunicazione moderno, efficace, documentato e soprattutto libero».